La sfida energetica: ne parliamo con Guido Bortoni

Guido Bortoni, senior advisor presso la DG Energia a Bruxelles dal 2019, è stato Presidente dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) dal 2011 al 2018. Già membro di vari organismi nazionali e internazionali, dal 2015 ha fatto parte del Board of Regulators dell’Agenzia Europea per la Cooperazione tra Regolatori dell’Energia (ACER), dove ha seduto anche nel Consiglio d’Amministrazione dal 2009, ed è stato Vicepresidente del Consiglio dei Regolatori Europei (CEER) nel 2012. Tra il 2009 e il 2011 è stato Capo-Dipartimento del Dipartimento per l’Energia del Ministero dello Sviluppo Economico e Componente del Comitato Tecnico Emissioni gas-serra (CTE). Autore di numerose pubblicazioni scientifiche in ambito internazionale e italiano, partecipa a diversi gruppi di lavoro su temi energetici.

 

L’emergenza sanitaria da COVID-19 ha innescato una crisi esponenziale senza precedenti, i cui effetti sull’intero sistema socio-economico abbiamo solo iniziato a intravvedere. Quali contraccolpi ha generato sul sistema energetico?

Ci sono tante ombre, sicuramente, ma anche delle luci.

Per prima cosa ha portato tutti gli Stati, chi prima chi dopo, a congelare, se non addirittura arrestare completamente, i segmenti da sempre più “energivori”: le attività produttive, buona parte delle commerciali, la logistica delle merci e delle persone. Questo ha generato una significativa contrazione dei consumi di energia e un conseguente aumento percentuale della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili. Quindi, almeno in termini relativi, il sistema energia ha “assaggiato” quello stato che dovrebbe essere la normalità tra qualche anno, vale a dire una predominanza netta di fonti rinnovabili nel mix europeo.

È sicuramente positivo che, durante uno shock di questa portata, i sistemi energetici abbiano tenuto egregiamente; non si ha notizia di disservizi causati da falle nella rete o da malfunzionamenti degli impianti, disservizi che avrebbero potuto avere effetti disastrosi, ad esempio, per il settore ospedaliero che era in prima linea durante la crisi Covid-19.

D’altra parte, anche il mondo dell’energia, come tutti gli altri settori, è sensibile ai momenti di recessione. Intere centrali convenzionali sono rimaste ferme per diversi mesi. Riprenderanno l’attività quando la domanda sarà rinvigorita, certo, ma usciranno da un anno difficile, in cui sia i ricavi che gli investimenti avranno pesantemente risentito.

Il mercato petrolifero ha subìto uno shock inedito causato dalla contrazione della domanda, con prezzi a livelli minimi o addirittura negativi in America, dove in assenza di disponibilità di stoccaggio, paradossalmente, si è pagato per “far ritirare” la propria produzione di olio. Il rischio è che il contraccolpo della crisi possa far cedere alla tentazione di riprendere con forza la produzione da fonti fossili, illudendosi che l’economia green possa attendere (posto che, se la domanda risale, i prezzi si rialzeranno, anche per effetto dei mancati programmi di investimento nella quasi totalità delle oil companies).

Il quadro è sicuramente complesso ma fare di necessità virtù durante una crisi come questa è un imperativo; dobbiamo capire come meglio ci possiamo attrezzare per costruire un futuro migliore sul profilo della sostenibilità ambientale ed economica, anche dal punto di vista energetico.

 

Come cambiano le priorità nell’agenda europea e in particolare che ruolo avrà il Green Deal nello scenario post-pandemico?

Come noto, il Green Deal è un patto per la crescita, l’unica crescita possibile: la “green transformation” rappresenta la nostra unica possibilità in una lotta, quella ai cambiamenti climatici, in cui il vaccino purtroppo non arriverà mai.

Lo ha ricordato la Presidente Ursula von der Leyen, in plenaria al Parlamento Europeo nel dibattito congiunto sulle conclusioni del Consiglio europeo straordinario del 23 aprile 2020: «Contro il virus troveremo un vaccino, contro il cambiamento climatico no. Le sfide che esistevano prima della pandemia non sono venute meno. Abbiamo l’opportunità di passare da una gestione delle crisi a breve termine a una strategia di lungo termine».

Ed anche il Vice-Presidente esecutivo Timmermans si è espresso su questa stessa linea anche con riferimento all’Italia: «La pandemia non deve distrarci: la madre di tutte le battaglie che meritano di essere combattute è la lotta al climate change e l’Italia per un anno potrà riscrivere le priorità, perché nel 2021 sarà co-presidente della conferenza sul clima mondiale Cop26 (con il Regno Unito) e, per la prima volta nella sua storia, presidente del G20. Avanti tutta con la sostenibilità: il Recovery fund, ribattezzato Next generation EU, favorirà chi investe nel futuro, che sarà solo sostenibile».

Con il nuovo programma Next Generation EU ed il rafforzamento degli altri fondi da parte della Commissione sicuramente è stata presa una strada da cui non si tornerà indietro: i due pilastri identificati per la ripresa saranno il Green Deal e la digitalizzazione. Il Recovery plan ha un sottotitolo paradigmatico, repair and prepare, dobbiamo riparare le ferite inferte dal cambiamento climatico e dal COVID 19 ed allo stesso tempo preparare un mondo migliore per le generazioni future.

La transizione energetica è sicuramente il punto di partenza perché il 75% delle emissioni climalteranti generate in Europa provengono dal settore energetico. La questione energetica non può essere solo una parte (importante) del problema, deve diventare magna pars della soluzione.

L’esperienza del lock down ha dimostrato che è ancora possibile fare un’inversione del modello di sviluppo. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) i dati sulle emissioni annue di CO2 nel 2020 potrebbero riportarci indietro ai valori di 60 anni fa. Come a dire che siamo tornati indietro nel tempo, come se avessimo schiacciato il tasto “REWIND”, ma ora che possiamo finalmente premere il tasto “PLAY”, vogliamo davvero ripercorrere la traiettoria già percorsa o possiamo cercare di migliorarla imboccando velocemente una direzione più sostenibile?

Abbiamo un’opportunità straordinaria di non ripetere le stesse traiettorie degli ultimi 60 anni, coglierla dipenderà da noi.

 

E allora, quali sono oggi in Italia i principali nodi da sciogliere in questa green transition?

L’Italia, tra le altre cose, potrá riprendere in mano il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), di per sè già ambizioso, e metterlo al servizio del Green Deal e alla realtà post Covid-19, definendo piani di investimento e riforme di policies e measures molto sostanziosi per poter accedere alle risorse di Next Generation EU.

Allo stesso tempo, molti osservatori sostengono la tesi che le risorse pubbliche da sole non basteranno, ma dovranno essere affiancate da investimenti privati. Per attirarli e coordinarli in maniera virtuosa occorreranno regole stabili che possano dare certezze agli investitori privati.

Per l’Italia sarà sicuramente un percorso laborioso, ma anche una grande opportunità da cogliere. In questo contesto, le imprese energetiche potrebbero rappresentare un driver per il Governo nel formulare proposte di investimenti nel Green Deal e nella digitalizzazione e allo stesso tempo sviluppare una vision di mercato che possa guidare la trasformazione energetica.

Certo, ci sono altri nodi da sciogliere. Uno in particolare diventa sempre più stretto ed è quello dei processi autorizzativi per la costruzione degli impianti, anche quelli che producono energia da fonti rinnovabili. Sul tema l’Italia non brilla e non per problemi di capacità tecnologica ma piuttosto di scarsa accettabilità nel territorio e di farraginosità burocratica. I cittadini non accettano la presenza di nuovi impianti sul territorio, si trovano di fronte a un dilemma in cui si scontrano la dimensione collettiva e quella individuale: un bene comune e un interesse generale da una parte e un potenziale fastidio o danno individuale, dall’altra, nella cosiddetta sindrome NIMBY, Not In My Backyard.

Questo non è un problema solo italiano, la Francia oggi è il primo paese europeo per numero di anni necessari ad autorizzare un’opera energetica se si contano anche gli strascichi giudiziari delle iniziative. Oggi in Italia ci vogliono 5 anni per autorizzare un impianto eolico: sono tempi incompatibili con la mole di investimenti in rinnovabili su cui ci si è impegnati.

L’Unione Europea ha provato a dare una risposta legislativa a questi problemi, con la nascita delle Renewable Energy Community. Da oggi sono obbligatorie e ciascun Stato Membro avrà tempo fino a metà del 2021 per recepirle nel proprio ordinamento.

Con le Renewable Energy Community, in maniera assolutamente volontaria, un cittadino potrà diventare co-proprietario (quindi assieme ad altri) di un’iniziativa energetica da fonti rinnovabili, costruita in prossimità e gestita in maniera condivisa. Con l’adesione all’iniziativa, il cittadino diventerà co-titolare e potrà scegliere se consumare parte dell’energia prodotta per la sua abitazione o ad uso professionale oppure ricevere i proventi dell’attività energetica. Queste iniziative avranno dimensioni considerevoli, i costi saranno bassi grazie alle economie di scala ed al fatto che il tutto sarà realizzato a regola d’arte da parte dell’utility assegnataria della gara per la costruzione e la gestione dell’impianto.

Credo che questa iniziativa possa dare un contributo importante nello sciogliere il nodo delle tempistiche autorizzative e che possa essere esportata anche al di là delle rinnovabili elettriche riguardando anche altre iniziative sostenibili perché introduce un principio semplice ed efficace, per cui i cittadini ed il territorio in cui vivono e lavorano diventano finalmente protagonisti della transizione energetica.

Luglio 2020

Disclaimer: Le opinioni espresse nelle risposte all’intervista sono unicamente riferibili all’intervistato e non integrano in alcun modo le posizioni ufficiali della Commissione Europea

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